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mercoledì 25 gennaio 2023

Le 15 Migliori Varietà di Ciliegio (Prunus avium)

Del Ciliegio Dolce (Prunus avium), e della sua coltivazione, ne avevamo già parlato qui. Oggi vorrei approfondire la conoscenza sulle varietà, illustrando e facendo una breve descrizione di quelle che reputo le miglior Cultivars di Ciliegio.

Le differenze varietali nel Ciliegio sono meno marcate rispetto a quelle di altre specie fruttifere, tuttavia i vivai commercializzano diverse varietà, propagandole esclusivamente tramite innesto.

Ma in cosa in Ciliegio differisce da un altro clone ? :

  • Colore del Frutto : tutti sappiamo che le Ciliegie sono rosse, tuttavia esistono sfumature diverse, che vanno dal rosa pallido, al rosso intenso, al quasi nero, inoltre esistono anche varietà a frutto giallo o bianco.
  • Forma e Dimensione del Frutto : esistono Ciliegie di grosso calibro (fino a 35 mm di diametro), così come di piccolo (anche inferiore ai 25 mm). Anche la forma può variare notevolmente, passando da quasi sferica, sino ad ovale o persino cuoriforme.
  • Periodo di Maturazione : purtroppo, diversamente da altre fruttifere (es. Pero), la finestra temporale in cui maturano le Ciliegie è piuttosto ristretta ed, in Italia, va da metà maggio, sino a fine giugno, forse poco oltre con Ciliegi tardivi coltivati in quota. Comunque esistono cultivars più precoci ed altre più tardive.
  • Vigoria : quest'ultima dipende sia dal clone, sia dal portainnesto. Esistono varietà che, se innestate sul giusto portainnesto (es. Gisela), si mantengono nane, superando di poco i 3 metri (10 ft) di altezza, altre invece crescono anche 20 metri (66 ft). 
  • Portamento : alcuni Ciliegi formano una chioma tondeggiante, altri hanno uno sviluppo più verticale (assurgente) od addirittura colonnare.
  • Fiori : la maggior parte dei Ciliegi è autosterile; tuttavia, di recente, sempre più varietà son state brevettate per esser autofertili, così da poter permettere la produzione anche di una pianta isolata. Inoltre i diversi cloni di Ciliegio possono fiorire più o meno precocemente. La fioritura tardiva è preferibile in zone freddo in cui sussista il pericolo di gelate primaverili.
  • Sapore : il contenuto acquoso (succosità), così come il grado zuccherino o l'acidità possono variare, oltre che dalle tecniche di coltivazione e dal terreno, da clone a clone.
Ciliegie a Confronto

Di seguito troverete una lista delle 15 cultivars che presentano caratteristiche particolari e che, spero, possano aiutare coloro che stanno decidendo quale Ciliegio piantare nel proprio giardino/orto.


1) Ciliegio "Napoleon" :  varietà di origine francese a produzione media, anche se la messa a frutto è piuttosto lenta. Questo clone è autosterile e necessita dunque altre varietà per l'impollinazione. I frutti sono di grosse dimensioni, a forma di cuore e dal caratteristico colore rosso tenue a tratti "sbiadito", che lascia vedere sfumature gialle nella parte del frutto meno esposta al Sole. La maturazione avviene in epoca intermedia. La polpa risulta soda e zuccherina. 

Ciliegio "Napoleon"
Ciliegio "Durone di Vignola III"
2) Ciliegio "Durone di Vignola III" : esistono tre cultivars di Vignola, questa (la terza) è la più tardiva delle tre, nonché una delle varietà più tardive in assoluto, maturando ben 42 giorni dopo Burlat (considerata la varietà "di riferimento"). Pianta autosterile di origine italiana (Vignola per l'appunto), produce grossi frutti rosso-nerastri, succosi e saporiti. Pianta di vigore medio a portamento assurgente. Matura ad inizio Luglio. 

3) Ciliegio "Limona" :  antica varietà ora alquanto ricercata. La peculiarità è che produce ciliegie dal color giallo paglierino, che diventa più intenso a maturazione. Il frutto è di media pezzatura, a forma un poco irregolare. Il sapore è dolce e, a maturazione, è quasi assente l'acidulo che caratterizza tutte le altre ciliegie "rosse". La varietà è autofertile, la maturazione è medio-tardiva ed avviene nella seconda metà di giugno. Il colore del giallo del frutto fa si che venga risparmiato dagli uccelli. 

Ciliegio "Limona"
4) Ciliegio "Sunburst" : pianta a portamento espanso, di media vigoria e a maturazione intermedia (prima settimana di Giugno). La pianta è autofertile ed i frutti sono color rosso vivo, sferici e di grosse dimensioni. Una delle principali caratteristiche di questo clone è che la fioritura, oltre ad essere copiosa, è piuttosto scalare, con alcuni boccioli ancora chiusi, insieme a fiori già "sfioriti". Questa "lunghezza" di fioritura rende il Ciliegio Sunburst un ottimo impollinatore per quasi tutte le varietà autosterili, sia quelle a fioritura precoce, sia quelle a fioritura tardiva.

Ciliegio "Sunburst"
5) Ciliegio "Kossara" : a volte chiamato anche "Kosara", è una selezione di origine Bulgara ad oggi ancora sotto brevetto (e dunque non riproducibile liberamente). Viene citata in quanto è a maturazione precocissima, addirittura 10 giorni prima del Ciliegio Burlat e può esser pronta già nella prima metà di Maggio. Cultivar autosterile, a fioritura precoce. La produzione è elevata ed i frutti sono di grande dimensioni, cordiformi, color rosso lucente e di buone qualità organolettiche. La pianta ha un'elevata vigoria ed un portamento tendenzialmente assurgente.

Ciliegio "Cornetta"
6) Ciliegio "Cornetta" : chiamato anche "Corniola", deve il suo nome al fatto che i frutti hanno una forma allungata ed appuntita, che per l'appunto ricorda molto quella del frutto del Corniolo (Cornus mas). E' un'antica varietà diffusa soprattutto in Emilia Romagna. I frutti maturano tardivamente (verso fine Giugno, inizio Luglio), sono rossi, sodi, dolci, ma non troppo succosi. Il portamento della chioma è assurgente e la pianta è mediamente vigorosa.  Ciliegio rustico, i cui frutti sono poco sensibili agli attacchi di Monilia. Clone autosterile. 

Ciliegio "Narana"
7) Ciliegio "Narana" : selezione di Ciliegio molto precoce, sia nell'epoca di fioritura, che in quella di maturazione dei frutti. Questo Ciliegio è molto vigoroso e produce una fioritura molto abbondante, tuttavia i fiori sono autosterili ed è necessaria l'impollinazione incrociata con altri ciliegi. Le Ciliegie, che maturano a metà Maggio, sono di grosse dimensioni, succose, a forma arrotondata, di color rosso molto scuro, quasi nero e di sapore dolce.

8) Ciliegio "Celeste" : originaria del Canada è una cultivar  autofertile e dunque adatta a chi voglia avere un unico Ciliegio. La pianta è vigorosa ed a portamento assurgente, tuttavia rimane abbastanza compatta ed è adatta agli impianti intensivi. La fioritura avviene in epoca intermedia, mentre i frutti hanno maturazione medio-precoce (fine Maggio). Essi sono di medio-grosse dimensioni, colore rosso vino con sovracolore di tipo punteggiato. Questo Ciliegio si distingue per l'ottima rusticità, i frutti difficilmente son soggetti al "Cracking" (rottura in seguito a piogge), oltre ad aver una buona resistenza dei confronti della Monilia

Ciliegio "Imperiale di Caserta"
9) Ciliegio "Imperiale di Caserta" : cultivar autofertile a maturazione medio-precoce (inizio Giugno). La pianta ha portamento espanso, è mediamente vigorosa e molto produttiva. Le Ciliegie sono di pezzatura media e di color giallo, ma più intenso rispetto a quello del Ciliegio Limona, ed hanno un ottimo sapore, dolce. Varietà antica e ricercata.

10) Ciliegio "Sweet Heart " : clone di origine Canadese sotto brevetto, è uno dei migliori tra i Ciliegi a maturazione tardiva. La cultivar è autofertile, con frutti che maturano verso fine Giugno. Essi sono color rosso scuro, succosi, dolci e di buon sapore. La pianta è di medio vigore, a portamento espanso e di rapida messa a frutto. Questa varietà si contraddistingue, oltre che per la buona resistenza alla Monilia, anche per la persistenza dei frutti sulla pianta, i quali possono rimanere (maturi) sulla pianta per quasi due settimane, senza spaccature. 

Ciliegio "Sweet Heart "
11) Ciliegio "Kordia" : selezionato negli anni '70 nella Repubblica Ceca, è una tra le varietà più diffuse e coltivate al mondo. E' autoincompatibile e fiorisce medio-tardivamente. Anche la maturazione è piuttosto tardiva (di solito dal 20 Giugno in poi). I frutti sono cuoriformi, medio-grossi e di color rosso scuro. Le Ciliegie sono particolarmente buone, con una polpa aromatica. La produzione è elevata, ma talvolta incostante. La pianta è vigorosa, a portamento espanso e molto ramificata.

Ciliegio "Colonnare Sylvia"
12) Ciliegio "Grossa di Pistoia" : selezionata nell'omonima provincia della Toscana, è una varietà di media vigoria e dal portamento tendenzialmente espanso. Il clone è autosterile, mentre la produttività è media, ma costante negli anni. Il frutto, dalla polpa rosa e croccante, è molto grosso e con la buccia color rosso vivo. La maturazione avviene a fine Giugno, collocando questa varietà tra le migliori delle "Tardive".

13) Ciliegio "Colonnare Sylvia" : clone adatto alla coltivazione in piccoli giardini e persino in vaso. Questo perché la pianta ha uno sviluppo limitato ed un portamento colonnare. In piena terra, da adulto e senza potature, non è più alto di 3 metri e non più largo di 70 cm. Le Ciliegie invece sono di pezzatura normale, saporite e croccanti. La cultivar è autofertile e fruttifica anche se isolata.

14) Ciliegio "Progressiflora" : Ok non è un Ciliegio Dolce (ovvero non è la specie Prunus avium), ciò nonostante non potevo non citarlo in quanto davvero particolare. Il Ciliegio Progressiflora (specie Prunus progressiflora) è noto sin da epoche remote e si riconosce subito per il portamento compatto e ricadente, con rami penduli che quasi sfiorano terra. Produce Ciliegie acide (Amarene), di buon sapore (per chi le apprezza). Altra peculiarità unica tra i Ciliegi è la rifiorenza e la scalarità di maturazione. Questa pianta, infatti, fiorisce in primavera, ma continua anche per buona parte dell'estate permettendo di vedere Ciliegie mature e fiori appena sbocciati contemporaneamente sulla stessa pianta, quasi come fosse un Corbezzolo.

Ciliegio "Progressiflora"
Ciliegio "Lapins"
15) Ciliegio "Lapins" : cultivar autofertile, a maturazione tardiva. L'albero ha portamento assurgente, ma scarsamente ramificato. I frutti sono di medio-grosse dimensioni, succose, di buona consistenza e sapore. La particolarità è che il Ciliegio Lapins ha una produzione molto abbondante e le ciliegie formano dei grappoli. La produttività così elevata potrebbe ridurre il calibro delle ciliegie e la vicinanza di molti frutti (nel grappolo) potrebbe favorire attacchi di Monilia. Le Ciliegie di questa varietà sono poco soggette al fenomeno dello spacco. 

Spero di aver fatto un po' di chiarezza ed aver aiutato a districarsi nella scelta varietale coloro che si accingono a piantare un Albero di Ciliegie.

domenica 29 maggio 2022

Piante Decidue VS Piante Sempreverdi - Perché le Piante Perdono le Foglie ?

Per noi che viviamo in Italia è facile notare come, in Autunno, molte specie vegetali perdano gradualmente le proprie foglie, sino a rimanere completamente spoglie. 

Come Mai Alcune Piante Perdono le Foglie ed Altre No ?

Premesso che TUTTE le piante hanno un normale riciclo delle foglie e che, di norma, una singola foglia non vive mai più di 2-3 anni, tutti possono osservare che alcune specie (decidue) perdono l'intera chioma durante un periodo dell'anno, mentre altre la mantengono (sempreverdi).

Le foglie sono tra gli organi della pianta ad avere i tessuti più teneri e ricchi di acqua e, di conseguenza, anche tra quelli maggiormente esposti ai danni da gelo

In linea di massima le piante che vivono in zone temperate fredde fanno cadere le proprie foglie durante la stagione fredda, mentre quelle che vivono in luoghi più caldi le mantengono. Man mano ci spostiamo dai Poli verso i Tropici, noteremo che il numero di Angiosperme sempreverdi aumenta rispetto a quelle decidue (o caducifoglie). Un discorso a parte meritano le Conifere, le cui specie, pur essendo perlopiù sempreverdi, hanno colonizzato aree molto fredde del nostro pianeta (Taiga, zone di Montagna etc.); in queste piante le foglie sono diventate aghiformi (per resistere meglio ai danni meccanici provocati dalla Neve) ed al loro interno vi è un'alta concentrazione di soluti, che permette loro di non congelare anche a temperature proibitive. 

Foglie In Autunno

Qual è il Vantaggio Evolutivo del Perdere le Foglie ? 

Durante la stagione ostile, che nelle zone temperate fredde è l'inverno, tutti gli organi (foglie e fiori) i cui tessuti possono esser facilmente distrutti dal freddo sono eliminati. Ovviamente una pianta spoglia non è più in grado di svolgere la Fotosintesi Clorofilliana, tuttavia le basse temperature non permetterebbero comunque un metabolismo veloce e la pianta utilizza le riserve accumulate durante la bella stagione

A dirla tutta anche piante Mediterranee, o persino Tropicali, possono spogliarsi in talune circostanze. Ovviamente qua la difesa non è dal freddo, bensì da altri fattori, ma per lo più dalla siccità. E' noto come i Baobab emettano foglie durante la stagione delle piogge e le perdano in quella secca, ma un discorso analogo lo si può descrivere anche in piante mediterranee come l'Euphorbia dendroides, che è soggetta al fenomeno dell'Estivazione, ovvero la defogliazione durante l'estate. In questi casi il vantaggio è la mancata evaporazione fogliare, che previene la disidratazione dei tessuti.

In ultimo non dimentichiamoci i vantaggi di cui godrà il sottobosco; infatti le foglie cadute, marcendo, diventeranno fertile humus che nutrirà nuove specie, mantenendo vivo un intero ecosistema.


Qual è il Meccanismo che Induce la Caduta delle Foglie ?

Il fenomeno, noto come Abscissione Fogliare, è determinato dall'azioni di ormoni quali l'Auxina e l'Etilene.

Prima che avvenga l'abscissione la pianta recupera dalla foglia le sostanze utili (zuccheri), convogliandole verso gli organi perenni (es. Rami, Radici); successivamente, nella zona tra il ramo ed il picciolo, viene a crearsi un particolare strato di cellule che blocca il passaggio di linfa (da ramo a foglia) che al tempo stesso cicatrizza la parte di ramo su cui era attaccata la foglia. La graduale carenza di linfa determinerà il disseccamento e la conseguente caduta della foglia

Nelle zone temperate questi ormoni vengono regolati dal fotoperiodo, ovvero la diminuzione delle ore di luce ne indurrà la produzione. 

Come Mai Le Foglie Diventano Gialle in Autunno ?

Foglie Arancioni Prima di Cadere
La clorofilla (che dona il colore verde alle foglie) è il primo pigmento che viene a mancare in seguito all'azione dell'Auxina; di conseguenza la foglia si troverà inizialmente priva di clorofilla, ma con ancora con altri pigmenti fotosintetici (Carotenoidi), i quali conferiranno alla chioma la tipica livrea autunnale (gialla ed arancione).

PS

Ricordiamoci poi che alcune specie possono comportarsi da semi-decidue, ovvero perdere (totalmente o parzialmente) o meno le foglie a seconda del clima in cui vengono coltivate. Le More, ad esempio, mantengono parte delle foglie fino alla primavera, mentre l'Akebia in zone in cui non gela le perde solo in minima parte.

mercoledì 22 maggio 2019

Evoluzione nel Regno Vegetale, le Tappe Fondamentali.

Come abbiamo visto qui, l'evoluzione è quell'insieme di piccoli cambiamenti che, nel corso di migliaia e migliaia di anni, modificano gli esseri viventi, adattandoli all'ambiente in cui vivono.
Oggigiorno la biodiversità vegetale è enorme, eppure tutte le centinaia di migliaia di specie esistenti ai nostri giorni si sono differenziate partendo da un antenato comune.

In questo articolo vorrei ripercorrere la storia evoluzionistica del regno vegetale, partendo dalle prime piante comparse sulla Terra, sino ad arrivare alle piante più recenti e complesse. Cercherò anche di evidenziare le "conquiste" fondamentali di questo percorso evolutivo e quali sono le specie che fungono da anello di congiunzione tra le diverse tipologie di piante.

L'atmosfera primordiale era ricca di CO2  (Anidride Carbonica) e povera di ossigeno, un ambiente ideale per la proliferazione di organismi autotrofi, cioè in grado di svolgere la fotosintesi. I primi esseri viventi furono probabilmente dei Cianobatteri, cellule procariote in grado di vivere ricavando energia dal Sole.
Evoluzione nel Regno Vegetale


Circa 850 milioni di anni fa le Alghe fecero la loro comparsa sulla Terra. Le Alghe Verdi, semplici organismi a vita acquatica e, probabilmente, rappresentano le prime piante.
Le Alghe Verdi, note anche come Clorofite, possono esser unicellulari coloniali o pluricellulari, vivere in acqua dolce, così come in quella salata, popolano le acque basse (e luminose) ricche di nutrienti e di norma hanno dimensioni contenute.
Il Lievito di Mare (Chlamydomonas reinhardtii) è tra le Alghe Verdi più elementari e vive sotto forma di unica cellula aploide che, all'occorrenza (es. carenza di azoto), può produrre gameti (di due tipi di sesso) che, fondendosi, generano una cellula diploide.
La Lattuga di Mare (Ulva lactuca) è invece un'alga verde più evoluta, è formata da più cellule e può raggiungere un'altezza di circa 30 cm (12 in). Cresce sulle rocce, lungo i litorali ed è molto comune nel Mediterraneo, ma anche nelle acque più fredde dell'Atlantico settentrionale.

Ulva lactuca

Le Alghe Rosse (Rhodophyta) comparvero più o meno in concomitanza delle Clorofite, alcuni suggeriscono addirittura prima e, tranne rare eccezioni, sono organismi pluricellulari. Le Alghe Rosse, a differenza delle Alghe Verdi, possono vivere anche in profondità, dove la i raggi solari arrivano filtrati; il loro colore rosso è dovuto alla presenza di particolari pigmenti fotosintetici, adatti a captare i fotoni (della luce) anche in un ambiente poco luminoso. La maggior parte delle 4000 specie di Alga Rossa vive in mari caldi, ad una profondità che può superare i 100 metri (3280 ft).
Alcune specie sono : Palmaria palmata, Mastocarpus stellatusPeyssonnelia squamaria.

Le Alghe Brune (Phaeophyceae) sono esclusivamente pluricellulari e si sviluppano preferibilmente in acque fredde e ricche di nutrienti. Le alghe più lunghe e grosse sono specie appartenenti a questa classe, come la Macrocystis pyrifera, alga bruna tipica del Pacifico, che può raggiungere una lunghezza di circa 50 metri (1640 ft). L'Ascophyllum nodosum, tipica della Norvegia viene utilizzata per ricavare una farina da dare in pasto al bestiame.

Peyssonnelia squamaria

Macrocystis pyrifera

Ma qual è la differenza tra una pianta acquatica ed una terrestre ?

Non è un caso che le prime piante fossero alghe acquatiche, questo tipo di piante infatti può permettersi di non aver tessuti specializzati e più o meno tutte le parti dell'alga sono in grado di svolgere le stesse funzioni.
Le "finte" radici sono semplicemente delle rudimentali strutture in grado di ancorare l'alga al substrato, ma non si sono specializzate nell'assorbire sali minerali e nutrienti.
La maggior parte delle Alghe assume i nutrienti disciolti nell'acqua (non nel terreno), per questo motivo sono prive di vasi linfatici. Infatti essi non servirebbero, dato che l'acqua bagna l'intera alga ed i nutrienti non devono esser trasportati dal sito d'assorbimento a quello di utilizzo.
Esser totalmente immersi nell'acqua evita anche il problema della disidratazione, nonché il doversi sorreggere, motivo per cui le alghe non hanno strutture legnose-rigide.

Insomma le Alghe sono piante davvero semplici, prive di foglie, fusto, radici e vasi conduttori.

Circa 500 milioni di anni fa ci fu la comparsa delle Briofite, le prime piante a conquistare la terra ferma, anche se ancora strettamente vincolate all'acqua. Tutte le circa 25.000 specie di questa divisione vivono in ambienti ombrosi, umidi, almeno per una parte dell'anno, ed hanno bisogno dell'acqua per la riproduzione. Queste piante pluricellulari sono ancora prive di tessuti vascolarizzati ed il trasporto di nutrienti avviene per capillarità da una cellula all'altra; ciò impedisce lo sviluppo in verticale, motivo per cui i muschi crescono prevalentemente in orizzontale.

Le Briofite si suddividono in 3 categorie : i Muschi (Bryophyta), le Antocerote (Anthocerotophyta) e le Epatiche (Marchantiophyta).

Le Epatiche sono le più antiche tra le piante terrestri ed oggi ne esistono circa 8.000 specie. Esse hanno una forma molto appiattita, sono di dimensioni assai contenute ed, esteticamente, si possono confondere con alcune alghe verdi. Molte epatiche producono molecole in grado di inibire la proliferazione batterica e sono studiate per lo sviluppo di antitumorali. Plagiochila porelloidesMarchantia polymorpha sono tra le specie più rappresentative.

I Muschi sono indubbiamente le Briofite più comuni e diffuse, nonché con il maggior numero di specie. Gran parte delle specie crescono nel sottobosco, in un ambiente umido e fresco ed hanno un portamento tappezzante, tuttavia la Dawsonia superba, l'esemplare più alto di muschio al Mondo, può raggiungere i 50 cm (20 in) di altezza. Leucobryum juniperoideum è una specie di muschio a forma di cuscino esteso e rigonfio, colonizza la base degli alberi, mentre Polytrichum formosum sviluppa foglioline che possono ricordare (vagamente ed in miniatura) gli aghi di un Abete ed è diffuso nei castagneti.

Le Antocerote assomigliano (visivamente e morfologicamente) ad alcune Epatiche, sebbene siano più evolute. Esistono solo un centinaio di specie, che in molti casi si riconoscono, in quanto sembrano delle corna che spuntano da un tappeto erboso, come ad esempio nella specie Anthoceros agrestis. Le Antocerote sono possono vivere in simbiosi con batteri fotosintetici (Cianobatteri) e sono le prime piante ad avere gli Stomi dotati di Cellule Guardia. Gli Stomi sono dei fori che permettono il passaggio dell'aria (ma anche la perdita di acqua per disidratazione), le Cellule Guardia regolano l'apertura di questi fori in funzione della disponibilità idrica, dell'umidità etc.

Le Briofite, rispetto alle Alghe, non vivono immerse nell'acqua; per questo motivo le loro "foglie" (in realtà una forma primitiva) sono ricoperte da Cuticola, una sostanza grassa che limita la disidratazione, la comparsa degli Stomi (vedi sopra) e delle Spore, strutture riproduttive in grado di tollerare un ambiente secco.

Plagiochila porelloides

Anthoceros agrestis

Il passaggio successivo, avvenuto circa 400 milioni di anni fa, fu l'evoluzione di piante dotate di un sistema vascolarizzato (Tracheofite), ovvero le strutture differenziate in vasi linfatici specializzati per il trasporto di sostanze nutritive a lunga distanza.
Le prime piante vascolarizzate sono le Pteridofite, a loro volta suddivise in : Psilotofita (Psilotophyta), Equiseti (Equisetophyta), Felci (Pterophyta) e Licopodi (Lycophyta).



Le Psilotofita sono le più primitive contano poche specie (es. Psilotum nudum), prive di radici. Gli Equiseti (es. Equisetum arvense) sono piante a sviluppo eretto, con internodi tra le foglie molto corti; possono esser sempreverdi oppure perdere la parte aerea in inverno e vivono prevalentemente in luoghi umidi od addirittura paludosi. I Licopodi, pur appartenendo alle Pteridofite, possono ricordare grandi muschi, alcune specie sono : Lycopodium annotinumLycopodium squarrosum e Lycopodium clavatum.

Le Pteridofite alternano una fase Aploide (N) ad una Diploide (2N) ma, a differenza delle Briofite, quella Diploide è la dominante. Compaiono anche tessuti specializzati, che andranno a formare radici, fusto e foglie, così da permettere una minor dipendenza dall'acqua; infine si formano i tessuti vascolarizzati (Xilema e Floema), in grado di trasportare linfa grezza (acqua e sali minerali) dalle radici alle foglie e linfa elaborata (linfa ricca di zuccheri) dalle foglie al resto della pianta.
Proprio quest'ultima caratteristica ha permesso la "conquista della posizione eretta", ovvero lo sviluppo verticale.

Tra i vari gruppi di Pteridofite sono le Felci ad aver le maggiori dimensioni, alcune di esse hanno foglie lisce (Phyllitis scolopendrium), altre frastagliate (Polysticum aculeatum), ma in Italia al massimo raggiungono, occasionalmente, 2 metri (6.5 ft) di altezza (Pteridium aquilinum).
Tuttavia alcune felci ormai estinte raggiungevano i 40 metri (131 ft) di altezza ed ai tropici, tutt'oggi, crescono felci arboree alte 20 metri (Alsophila crinita). Nei climi temperati le Felci solitamente seccano la parte aerea in inverno, tuttavia poche specie possono esser arboree ed aver un aspetto simile ad un Palma, come ad esempio la Dicksonia antarctica, in Italia presente negli stupendi Giardini di Villa Taranto, sul Lago Maggiore.

Equisetum arvense

Alsophila crinita

Le Gimnosperme, ovvero piante dotate di seme, si evolvettero a partire dai Licopodi, circa 380 milioni di anni fa. Le prime specie di questa nuova divisione ebbero origine nelle umide foreste tropicali e ricordavano più le Felci, che le attuali conifere.
Tra le Gimnosperme più primitive potremmo ricordare alcune specie di Cicadi, come Bowenia spectabilisZamia furfuracea. che, se non avessero i Coni (maschili e femminili), potrebbero tranquillamente essere scambiate per Felci.
Tuttavia le Gimnosperme sono le prime Spermatofite, ovvero piante in grado di produrre il seme, ottenuto dalla fusione di una cellula maschile (polline) e di una femminile (ovulo). Questa nuova struttura in grado di resistere ad ambienti estremi e germogliare, generando un nuovo individuo, quando messa nelle condizioni ideali.
Bowenia spectabilisLe Gimnosperme sono piante solitamente sempreverdi, sebbene ci siano delle eccezioni come il Larice, hanno portamento di norma arboreo e possono raggiungere dimensioni notevoli. Le Cicadofite, a distribuzione prevalentemente tropicale, e son tutt'oggi ben rappresentate con circa 300 specie; a differenza delle Ginkgoaceae, le cui innumerevoli specie un tempo dominavano vaste aree del nostro pianeta ed oggi ridotte ad un'unica specie, Ginkgo biloba, a tutti gli effetti un fossile vivente. Le Conifere, oggigiorno il gruppo col maggior numero di specie tra le Gimnosperme, hanno maggior diffusione nelle zone temperate della Terra. Tra le varie Conifere la più primitiva, tra quelle non estinte, potrebbe esser la Araucaria araucana, con foglie non aghiformi, ma triangolari.
Le Gnetofite sono le Gimnosperme più evolute e potrebbero rappresentare l'anello di congiunzione tra le Angiosperme e le piante fin qui discusse e sono le prime piante ad essere impollinate dagli insetti e non solo dal vento, una delle più rappresentative è la Gnetum gnemon, tipica del Sud-Est Asiatico.
Tra le Gnetofite, la Welwitschia mirabilis merita una menzione particolare. Questa specie, che vive esclusivamente nel Deserto della Namibia, produce coni (come tutte le Gimnosperme), tuttavia nei Coni maschili sono stati ritrovati anche ovuli sterili e nettare, un primo tentativo di formazione di fiori ermafroditi, tipici delle Angiosperme.

Conifere

Gnetum gnemon

Welwitschia mirabilis




























Tra 150 e 200 milioni di anni fa comparvero le Angiosperme, chiamate anche piante a fiore, che si imposero sulle specie esistenti, sottraendo loro vaste aree di territorio.
La loro adattabilità era dovuta a diversi fattori: producevano un fiore in grado di attrarre insetti impollinatori, un unico fiore (se ermafrodita) poteva aver sia organi riproduttori femminili (Pistillo) sia maschili (Stami), il seme non era "nudo", ma si sviluppava all'interno di un frutto che, oltre a proteggerlo, attirava animali che aiutavano a disperderlo nell'ambiente ed infine avevano cicli riproduttivi diversificati, da specie annuali, a specie che potevano vivere oltre 1000 anni.
Oggi si contano oltre 250.000 specie di Angiosperme, che per intenderci vuol dire che per ogni specie di Gimnosperma ne esistono circa 250 di Angiosperma e circa l'80% delle specie dell'intero regno vegetale sono Angiosperme.

Amborella trichopodaAmborella trichopoda, endemica delle foreste pluviali della Nuova Caledonia, è un fossile vivente ritenuta la specie più antica di Angiosperma. Altre specie molto primitive sono Nymphaea alba, una ninfea dai fiori bianchi, ed Illicium verum, pianta da cui si ricava l'anice stellato.

Alcune delle piante a noi più comuni sono in realtà solo leggermente più evolute di quelle sopramenzionate, tra di esse troviamo le Lauracee (es. Alloro, CannellaCanfora ed Avocado), le Magnolie (es. Magnolia virginiana), ma anche le Annonaceae (es. GraviolaAnnona cherimola  ed Asimina triloba) e molte altre, tutte dotate di un fiore tra i più primitivi che, sovente, ricorda (come forma) i coni delle gimnosperme.

Uno degli stravolgimenti più importanti dovuti alla comparsa delle Angiosperme furono le praterie. La maggior parte delle erbe sono infatti Angiosperme e nutrono milioni di erbivori in tutto il mondo. Un tempo, per terra crescevano solo Muschi e Felci, ma in un ambiente di sottobosco, dove si potesse mantenere l'umidità. Ora provate a pensare ad un qualsiasi ambiente e toglieteci tutte le Angiosperme...bhè, senza né fiori, né erba, sarebbe assai diverso da come lo vediamo oggi.

Insomma, l'evoluzione vegetale è partita da lontano e, tassello dopo tassello, ha portato alla luce le attuali piante, ognuna delle quali perfettamente adattata a vivere nel proprio ambiente naturale.

Fiore Magnolia

Fiori Prunus

venerdì 9 dicembre 2016

Cos'è un Innesto? A Cosa Serve Innestare le Piante da Frutto?

Tutti noi abbiamo sentito parlare di "Piante Innestate" oppure letto, magari su qualche rivista di giardinaggio, della "Tecnica dell'Innesto". Eppure solo i più appassionati e curiosi sanno realmente che cosa voglia dire innestare e quali vantaggi offra.

Cosa significa innestare una pianta? Che differenza c'è tra Nesto (o Marza) e Portainnesto (o Portinnesto)? E' sempre necessario innestare le piante da frutto, affinché fruttifichino? Da dove nasce questa tecnica? Qual è la sua utilità? Si può usare con tutti gli alberi?

Innesto a spacco



Come suggerisce la parola, innestare significa genericamente "inserire" qualcosa all'interno di un corpo estraneo. Se parliamo del mondo vegetale, innestare vuol dire "unire" o "collegare" due rami inizialmente divisi, una sorta di trapianto tra piante.

Ancora una volta l'uomo ha semplicemente copiato, ed adattato ai suoi scopi, un meccanismo già presente in natura. L'innesto, infatti, esiste da milioni di anni, garantendo un vantaggio evolutivo alle specie in grado di attuarlo.
Rami di specie affini che vengono a contatto tra loro possono saldarsi l'un l'altro, collegando di fatto le due piante. Ovviamente non è un evento troppo frequente, i rami devono essere intagliati e ben stretti l'uno contro l'altro, però in boschi fitti può capitare.
Pensiamo ad una pianta che viene sradicata, i suoi rami sono ancora vivi, ma destinati a morire. Se cadendo riuscissero a collegarsi ad un'altra pianta e a saldarsi prima che muoiano, essi potrebbero sfruttare le radici di questa seconda pianta per potersi sviluppare.
Anche due piante sane e non sradicate potrebbero trarre dei vantaggi da un innesto naturale, potendo condividere la stessa linfa ed utilizzato le radici di entrambe.

Due platani innestati tra loro

Innesto naturale


Perché l'Innesto, Specialmente Per le Piante da Frutto, è Così Importante Come Metodo di Propagazione?

I semi si ottengono in seguito all'impollinazione dei fiori, ogni seme è dunque geneticamente diverso da ogni altro. La  moltiplicazione di una pianta tramite semina (riproduzione sessuata) genera una pianta figlia che non è un clone della pianta madre ed, anzi, potrebbe anche essere molto diversa. Dal seme di una mela rossa potrebbe nascere una piantina che farà mele gialle, da un Kiwi femmina potrebbe nascere un Kiwi maschio, da un vitigno precoce potrebbe nascerne uno tardivo etc.. (per dettagli clicca qua).
Per queste ragioni, qualora si volesse una pianta con determinate caratteristiche, si dovrà riprodurla per via vegetativa, ovvero asessuata (senza passare dal seme).
Alcune piante si possono riprodurre per Talea, ovvero basta interrare un loro ramo affinché emetta radici e possa sviluppare una nuova pianta interamente derivante da quell'unico ramo (e quindi un suo esatto clone). Tuttavia non tutte le piante hanno rami che radicano con facilità ed alcune non si possono assolutamente moltiplicare tramite talea.

Queste specie si riproducono tramite innesto. Innestare vuol semplicemente dire collegare un ramo di una cultivar selezionata (Nesto o Marza) ad una piantina ottenuta ad esempio per semina (Portainnesto).
Supponiamo di avere un'ottima varietà di Albicocco, che produce frutti grossi e gustosi e di volerla riprodurre, per venderla o regalarla ad amici e parenti. Purtroppo i suoi rami non radicano e non è possibile fare una talea, mentre se la seminassimo potrebbe uscire una pianta che produce frutti piccoli e poco gustosi.
Noi potremmo sfruttare i suoi semi per produrre il Portainnesto e, dopo un paio di anni, innestare su di esso il Nesto (un ramo preso dall'ottima varietà di Albicocco).
Così facendo le radici e la prima parte del tronco non sarebbero dei cloni della nostra varietà, ma la parte sovrastante sì. Se l'innesto ha successo il nesto inizierà a germogliare, a svilupparsi ed a formare una chioma, la quale fiorirà è produrrà albicocche grosse e gustose, esattamente come la pianta da cui è stato prelevato il nesto. Il portinnesto invece sarà geneticamente diverso dalla pianta da cui si è prelevato il seme, ma tanto non dovrà produrre frutti, ma solo alimentare con le sue radici il nesto sovrastante.


Come Si Riconosce una Pianta Innestata?

Piante riprodotte per talea o per semina sono difficilmente distinguibili, mentre piante innestate, almeno da giovani, sono facilmente riconoscibili.
Per la riuscita di un innesto, le cellule del nesto e quelle del portainnesto si devono saldare tra loro. Nella regione di contatto vi è un'elevata proliferazione cellulare che genera un ispessimento, inoltre è osservabile la cicatrice creatasi in corrispondenza degli intagli iniziali.
Nelle piante molto vecchie il punto d'innesto può essere nascosto dalla corteccia, mentre nelle piante giovani anche l'innesto più "delicato" lascia una traccia.


Quali Vantaggi Offrono le Piante Innestate?

In primis è, per molte specie, l'unica tecnica che permette di riprodurle in maniera vegetativa (ottenendo cioè un'identica cultivar o Clone). In secondo luogo le piante innestate fioriscono ed entrano in produzione prima. Questo perché il ramo (nesto) utilizzato è un ramo prelevato da una pianta già in produzione. Esso è dunque "maturo" e, idealmente, già in grado di fiorire/fruttificare. Una pianta nata da seme, invece, deve percorrere le tappe; inizialmente è solo un germoglio, poco dopo un esile tronco, che successivamente inizierà a ramificare. I giovani rami non sono ancora in grado di differenziarsi al fine di produrre gemme a fiore e ci vorranno anni affinché si raggiunga l'età riproduttiva.
Se vogliamo, l'innesto è una sorta di forzatura, si "attacca" un ramo "adulto", preso da una pianta adulta, su un portainnesto "bambino".
In alcuni casi vi è dunque un'enorme sproporzione tra nesto e portainnesto e le radici ancora poco sviluppate non sono in grado di alimentare i frutti che il ramo "adulto" innestato vorrebbe produrre.
Tuttavia, una volta sviluppate le radici, l'innesto potrà iniziare a fruttificare, risparmiando tempo rispetto a quello necessario partendo da seme. Per intenderci una pianta innestata può iniziare a produrre 2-3 anni dopo l'innesto, una da seme ne può richiedere anche 8-10 (questi sono valori medi per una pianta da frutto, l'età di entrata in produzione varia considerevolmente da specie a specie).
Un'altra opportunità è quella di avere, su un'unica pianta, più varietà diverse tra loro. Se prendiamo una pianta nata da seme, la facciamo ramificare ed ogni suo ramo lo innestiamo con un nesto diverso, potremmo avere ad esempio 3 innesti diversi, tutti alimentati da un unico apparato radicale. Potremmo così avere un unico melo che produrrà su una branca Mele "Rosse", su un'altra Mele "Gialle" e sull'ultima Mele "Verdi", insomma una chioma variegata.
Per sfruttare al meglio la tecnica degli innesti multipli, i diversi nesti selezionati dovranno avere vigoria simile, altrimenti uno potrebbe prendere il sopravvento sugli altri, generando una chioma sbilanciata.

Detto questo non è vero che è sempre necessario innestare le piante da frutto, semplicemente, partendo da seme, dovrete aspettare più tempo e sarà un terno al lotto, non saprete mai che frutto farà fin quando non fruttificherà.

Punto di Innesto



Un  altro vantaggio è la possibilità di utilizzare diversi portainnesti, scegliendo così i più adatti alle nostre condizioni di crescita. Se una specie, ad esempio il Prunus avium (Ciliegio), viene innestata sulla stessa specie, ovvero sia Nesto che Portainnesto sono Prunus avium, si dice che è un Ciliegio innestato su Franco; tuttavia, alcune specie, possono essere innestate anche su specie affini (e non solo identiche). Qualcuno di voi si starà chiedendo : "E quindi?"

Se ci pensate bene questa è un'opportunità enorme, potreste avere una pianta che fa i frutti (o i fiori) che voi più amate, con le radici di un'altra specie.
Supponete di vivere in una zona siccitosa, in cui le piogge estive siano praticamente inesistenti e di voler coltivare una determinata pianta, non troppo resistente alla siccità. Se la vostra pianta (specie A) si può innestare su un'altra (specie B) più resistente alla siccità, avrete la possibilità di avere una pianta con la chioma (rami, foglie, fiori, frutti etc..) della specie A, alimentata da un portainnesto della Specie B, che sviluppa radici profonde, in grado di pescare acqua laddove le radici della specie A non arriverebbero.
In zone a clima Mediterraneo, ad esempio, si usa spesso il Mandorlo come Portainnesto per innestare altre specie fruttifere meno resistenti alla siccità (es. Pesco, Susino, etc..).

Ovviamente le radici (Portainnesto) influenzano anche la chioma (Nesto) e non solo per la ovvia resistenza alla siccità. Le radici prelevano i nutrienti dal terreno, ancorano la pianta al terreno, producono e mettono in circolo ormoni in grado di influenzare la chioma.

Ultimamente sono diventati di moda gli alberi da frutti nani che, date le loro dimensioni, sono coltivabili anche in piccoli giardini, in vaso, oltre a permettere impianti iper-intensivi o semplicemente facilitare la raccolta, senza dover utilizzare scale.
L'effetto nanizzante si ottiene grazie a particolari portainnesti che riducono la vigoria del nesto sovrastante; un esempio nel Ciliegio è il Portainnesto nanizzante "Gisela".
Inoltre la vigoria indotta da un portinnesto è correlata al tempo necessario per l'entrata in produzione di una pianta da frutto. In linea generale, portainnesti molto vigorosi faranno crescere velocemente la chioma, ritardando la messa a frutto, mentre quelli con scarsa vigoria l'anticiperanno.

Diversi portainnesti, e quindi diversi tipi di radici, hanno diversa adattabilità ai terreni. Uno stesso nesto converrà innestarlo sul portainnesto più idoneo al terreno in cui si vorrà poi piantumare.
Nella Vite (Vitis vinifera), il portainnesto 1103 P è tra i migliori per terreni salmastri, altri resistono meglio ai ristagni idrici, altri ancora ai terreni con alte concentrazioni di calcare attivo.
Alcuni sono più indicati per terreni argillosi, altri per terreni freschi e profondi. In fine, ogni portinnesto ha una diversa tolleranza alle varie patologie; in terreni umidi, ad esempio, sarà opportuno sceglierne uno con elevata resistenza ai marciumi radicali.

Come accennato sopra, le radici producono anche alcuni ormoni. La scelta del giusto portainnesto può aumentare o diminuire la resistenza al freddo della chioma su di esso innestata.
Un classico esempio arriva dagli Agrumi, essi sono mediamente poco tolleranti al freddo eppure la soglia di danno da freddo può essere aumentata utilizzando come portainnesto il Poncirus trifoliata. Esso è l'unico agrume deciduo e, in seguito ai primi freddi, è in grado di facilitare l'arresto della crescita della chioma sovrastante, inducendo una dormienza più duratura ed efficace.
Un Cedro od un Pomelo, innestati su franco, dimostrerebbero una minor capacità di acclimatazione al freddo e, di conseguenza, una minor rusticità. Inoltre le radici del Poncirus trifoliata offrono una miglior resistenza a diverse specie di Phytophthora.
La scelta del giusto portainnesto potrebbe fare la differenza tra il successo e l'insuccesso, spostando (leggermente) la soglia limite di coltivazione.

Nesto-Portainnesto


I portainnesti si ottengono per semina oppure tramite la tecnica della micro-propagazione in vitro, un metodo eseguibile solo in laboratorio. In quest'ultimo caso poche cellule prelevate da una gemma del portainnesto vengono cresciute e moltiplicate in vitro e poi fatte radicare.


Quali Svantaggi Hanno le Piante Innestate?

Dopo aver visto i tanti vantaggi, diamo un'occhiata ai (pochi) svantaggi. In primo luogo innestare è più complicato che seminare, bisogna avere gli attrezzi giusti, prelevare le marze ed innestarle nel periodo dell'anno adatto, nonché un po' di esperienza. Inoltre, in alcune specie, gli innesti faticano ad attecchire e solo una piccola percentuale ha successo.

Per chi invece si limitasse a comprare (non a propagare) piante innestate, il primo svantaggio non lo riguarda. Tuttavia c'è un secondo (e forse più grosso) svantaggio: una pianta innestata è, di fatto, composta da due piante diverse, un Portainnesto (radici e prima parte del tronco) ed un Nesto (chioma).
I portainnesti posseggono delle proprie gemme, le loro radici possono emettere polloni (rami prodotti dalle radici), quindi tutti i rami prodotti dal portainnesto devono essere rimossi, altrimenti si rischierebbe che, accanto alla chioma prodotta dal Nesto, se ne facesse una prodotta dal Portainnesto. Questo problema diventa importante in specie con elevata tendenza a pollonare.
Ricordatevi che ogni getto cresciuto sotto il punto di innesto non sarà la cultivar che voi avete comprato.

Un problema molto affine è quando una pianta da frutto "rigetta", dopo essere stata seriamente danneggiata dal freddo. Abbiamo visto che, specie con una buona pacciamatura, le radici rimangono più protette e al caldo, rispetto alla chioma esposta alle intemperie.
Supponiamo di avere un Olivo (Olea europaea) che fa Olive giganti e buonissime e di innestare una sua marza su portainnesto ricavato dal seme di un'Oliva (e quindi potenzialmente di pessima qualità).
Se viene un'ondata di gelo molto intensa, la parte aerea può venire seriamente danneggiata o morire del tutto. Tuttavia le radici, essendo al calduccio sotto la neve, riescono a sopravvivere.
Quando arrivano i primi tepori primaverili, le piante iniziano a muoversi; la chioma del nostro Olivo (dai frutti buoni e giganti) è morta e non può germogliare, ma le radici sottostanti sono ancora vive ed iniziano ad emettere polloni.
Questi rami derivano quindi dal portainnesto e, nel giro di qualche anno, andranno a ricomporre la chioma. Questa nuova chioma deriverà però dal portainnesto (il nostro nesto iniziale è morto qualche inverno prima) e produrrà Olive diverse da quelle grosse e gustose che volevamo. Ora questo Olivo è geneticamente identico, sia le sue radici, che la sua "nuova" chioma, risalgono a quell'Olivo fatto da seme, inizialmente utilizzato come portainnesto.
Se vi è possibilità, laddove vi sia il rischio che l'intera chioma muoia, è meglio propagare le cultivar da talea, in quest'ultimo caso anche eventuali polloni formeranno una chioma identica alla cultivar da voi selezionata.


Si Possono Innestare Vecchie Piante da Frutto?

Ovviamente sì, il portainnesto può essere anche un grosso ramo di un vecchio albero, su cui vogliamo innestare una varietà di nostro piacere. Ogni ramo è potenzialmente innestabile, la distinzione Nesto-Portainnesto è puramente teorica, potremmo innestare una marza su un nesto preesistente, che a sua volta è innestato su un portainnesto.

Il vantaggio di innestare piante adulte è quello di poter sfruttare radici già ben sviluppate ed in grado di alimentare e nutrire al meglio la nuova marza.

Innesto su Vite

Innesto su Ciliegio


mercoledì 2 novembre 2016

Cos'è il Fototropismo nelle Piante? Come Funziona?

Chi non ha mai coltivato una pianta in casa, magari vicino alla finestra? Penso nessuno e penso anche che molti di voi avranno notato che se la pianta non viene mossa o girata, dopo un po' di tempo indirizzerà le proprie foglie ed i nuovi rami verso la finestra (o la fonte luminosa).

Questo fenomeno è noto come Fototropismo (o Eliotropismo, ma qual è il suo ruolo? Come fanno le piante a percepire la direzione da cui proviene la luce? Quali sono i meccanismi che spostano le foglie verso il Sole? Quando e perché succede?

Fototropismo nel Corbezzolo


Tutte le piante devono svolgere una reazione per loro fondamentale, la Fotosintesi Clorofilliana che, come avrete letto, necessita dell'energia solare. La luce è dunque essenziale per le piante e un ambiente innaturale e poco luminoso, come l'interno di un'abitazione, esacerberà il fototropismo.
Questo meccanismo si è evoluto per poter intercettare il massimo delle radiazioni luminose, mantenendo le radici ancorate al suolo.


Ma quindi piante cresciute all'aperto non sono soggette a questo fenomeno?

Ovviamente le piante non possono muoversi e non possono scegliere dove nascere. Un seme può essere trasportato dal vento e trovare terreno fertile, anche in una zona ombrosa, magari dietro ad un albero o a un grosso muro. Il fototropismo permetterà alla futura pianta di crescere nella direzione opposta rispetto all'ostacolo, garantendo alla pianta adulta una migliore esposizione ai raggi solari

Se prendessimo due piante con elevato fabbisogno di Sole e le seminassimo in una stessa posizione ombrosa, quella che si "muoverà" di più verso la luce, svolgerà una fotosintesi più efficace, riuscirà a produrre più frutti e, di conseguenza, a spargere più semi. Avrà dunque un enorme vantaggio evolutivo, rispetto alla pianta poco avvezza a direzionarsi verso la luce. 

Quindi il fototropismo è ben evidente anche negli ambienti naturali ed esterni, ma l'entità di questo fenomeno non è identico in tutte le specie. Questo perché ogni specie  ha un diverso fabbisogno di luce solare: alcune piante si accontentano di poche ore di luce diretta al giorno ed, anzi, un'eccessiva esposizione al Sole è per loro dannosa; altre piante, invece, sono particolarmente Eliofile (amanti del Sole) e cercheranno di stare, quante più ore possibili, esposte ai raggi solari diretti .

Se prendessimo l'Edera noteremmo che non è molto soggetta al fototropismo, infatti riesce a fiorire e a riprodursi anche in luoghi ombreggiati. Se invece osservassimo la Mimosa, ci accorgeremmo che la sua chioma cresce spesso sbilanciata e rivolta dalla parte opposta rispetto all'ostacolo (case, muri, grossi alberi, dirupi etc.).
Una delle piante più eliofile in assoluto (l'Olivo) è talmente soggetta al fototropismo da indirizzare le proprie foglie verso il Sole (nell'emisfero boreale, verso Sud), anche se cresciuta in pieno campo e godendo del Sole dall'alba al tramonto. Qualora vi perdeste in un campo di Olivi, osservate le foglie e saprete che "guardano verso Sud".




Ma ci sono effetti negativi nel fototropismo?

Certamente sì, in primis una chioma sbilanciata non giova di certo all'estetica di una pianta quindi, se una specie ornamentale si "piega troppo", sarà meglio intervenire con opportune potature.
In secondo luogo, una pianta sempreverde "storta", in zone in cui nevica, può essere più soggetta a danni meccanici da neve.
La neve può rappresentare uno stress non da poco; essa è infatti pesante e se non è equi-distribuita sulla chioma può facilmente spezzare rami, anche di un certo diametro.


Ma quali sono le basi molecolari di questo fenomeno? Come fanno le piante a "sentire" la luce ed ad attuare una risposta? Perché le foglie si piegano verso la sorgente luminosa?


Il fototropismo delle piante fu studiato già a partire da inizio '800. Il botanico svizzero Augustin Pyrame de Candolle (1778-1841) osservò che le piante si piegavano verso la luce e dedusse che la causa di questa asimmetria fosse attribuibile ad una diversa velocità di crescita delle cellule poste sul lato esposto all'ombra, rispetto alle altre. Tuttavia non riuscì a comprendere come questo avvenisse e come la radiazione solare potesse influenzare la velocità di crescita.

Una settantina di anni dopo, Charles Darwin e suo figlio Francis investigarono ulteriormente il fenomeno. Provarono a crescere dei germogli ed osservarono che, sin dai primi istanti di vita, i coleottili (stadio del germoglio in cui vi è la prima, ed unica, foglia) si piegavano tutti verso la fonte luminosa e che se la luce veniva spostata, allora anche i coleottili cambiavano il proprio orientamento; fin qua nulla di nuovo.

Ripetettero l'esperimento con quattro coleottili:

  • Al primo venne tagliato l'apice vegetativo (la punta o estremità)
  • Al secondo fu applicato un un nastro opaco, all'apice vegetativo
  • Al terzo fu applicato un nastro trasparente, all'apice vegetativo 
  • Al quarto fu applicato un nastro opaco alla parte basale del germoglio
  • Il quinto venne lasciato crescere normalmente (controllo).

I Darwin osservarono che i germogli 1 e 2 non si piegavano più verso la luce, mentre i 3,4,5 sì. In altre parole se veniva rimosso l'apice vegetativo o veniva "tenuto al buio" da un nastro opaco, la pianta non era più soggetta al fenomeno del fototropismo. E' interessante notare che il nastro opaco di per sé non inibisce il fototropismo, lo fa solo se "oscura" l'estremità, mentre non ha effetto se "oscura" la parte basale.

Darwin dedusse che ci dovesse essere una qualche sostanza, prodotta dall'apice vegetativo, in seguito ad esposizione alla radiazione luminosa e che questa sostanza andasse a regolare la crescita delle cellule sottostanti (parte basale della pianta), causando l'incurvatura.
Esperimenti di Darwin sul Fototropismo



Nel 1913 il Danese Boysen-Jensen diede un'ulteriore dimostrazione che la "sostanza segnale del fototropismo" dovesse passare dall'apice, alla parte basale del germoglio. Per fare questo tagliò l'apice, inserì uno strato di gelatina (Agar) o di mica (un materiale impermeabile all'acqua) ed infine ci ricollocò sopra l'apice rimosso in precedenza.
Egli notò che il fototropismo si manifestava solo dopo l'inserimento dello strato di gelatina e ne dedusse che la sostanza ignota dovesse essere di origine chimica e che potesse diffondere (come l'acqua) attraverso la gelatina, ma non attraverso la mica.

Peter Boysen-Jensen fece anche un altro esperimento: inserì un pezzettino di mica sul lato illuminato o su quello in ombra.
Egli notò che quando il pezzo di mica era inserito nel lato rivolto verso la luce, il germoglio era soggetto a fototropismo e si indirizzava verso la luce, esattamente come il controllo "naturale".
Se invece la lamina di mica era inserita sul "lato oscuro", allora il germoglio perdeva la capacità di flettersi.
In altri termini, se il pezzetto di mica impediva il passaggio del segnale chimico dall'apice alle cellule "in ombra", allora si bloccava il fototropismo.

Questo suggerì che il segnale chimico prodotto dall'apice vegetativo dovesse stimolare solo le cellule del lato in ombra, facendole crescere di più rispetto a quelle presenti sul lato assolato.


A metà degli anni '20, lo scienziato Frits Went recise l'apice dei coleottili e li depose a contatto con l'Agar, in corrispondenza del taglio. Dopodiché mise il tutto in una stanza buia ed aspettò che "la sostanza ignota" diffondesse dall'Apice reciso all'Agar.
Successivamente appoggiò il pezzo di Agar centralmente, sopra al germoglio reciso ed osservò che esso iniziò a crescere diritto. Ripetette l'esperimento, posizionando l'Agar in maniera asimmetrica, più spostato verso uno dei lati della "piantina recisa" ed osservò che la pianta si piegava nella direzione opposta rispetto al punto di applicazione dell'Agar.
Come controllo usò un pezzetto di Agar che non era venuto a contatto con niente e nulla si mosse, suggerendo che non era l'Agar in sè a far crescere il germoglio.
Ne dedusse che questo "fattore di crescita", prodotto dall'Apice del Germoglio, fosse diffuso nell'Agar e che il pezzetto di Agar intriso di questa sostanza chimica potesse comportarsi come l'Apice vero e proprio.
Inoltre capì che solo la linea di cellule sottostanti all'Agar (e quindi a questa sostanza chimica) erano indotte a crescere.

Esperimenti Boysen-Jensen e Went Fototropismo



Questo fattore di crescita (ormone) venne nominato Auxina ("Auxein", che in Grego significa "aumentare"), ma ci vollero altri 20 anni per avere un'identificazione chimica. Nel 1931 Kogl Haagen & Smit Thirmann scoprirono che l'Auxina è un acido carbossilico: l'acido indol-3-acetico (IAA).

L'ultimo tassello da capire è come ci possa essere, naturalmente, una distribuzione così asimmetrica dell'Auxina. Inizialmente si credeva che la radiazione luminosa degradasse o rendesse inattiva l'Auxina; quindi nelle cellule apicali del germoglio, poste in ombra, c'era una più alta concentrazione di Auxina o una più alta concentrazione di Auxina "funzionante".
Successivamente, altri esperimenti, evidenziarono come la radiazione luminosa alterasse la velocità di diffusione, alterando il flusso di Auxina tra la parte in ombra e quella illuminata. In altre parole, il flusso netto di Auxina era nella direzione Cellule Illuminate verso Cellule in Ombra e, di conseguenza, determinava un maggiore accumulo di questo ormone nel lato ombreggiato.
A tutt'oggi non si ha ancora una risposta univoca; la cosa più probabile è che siano vere entrambe le ipotese e che i meccanismi che controllano l'Auxina siano molti ed interconnessi tra di loro.


RIASSUMENDO:

La luce colpisce l'apice vegetativo dei germogli, questi rispondono producendo l'Auxina. Questo ormone sarà meno concentrato dalla parte dell'apice maggiormente esposto alla luce. L'Auxina provoca la crescita delle cellule "in ombra", al di sotto dell'apice vegetativo (parte basale del germoglio). Questa crescita differenziale fa si che le cellule sul lato ombroso siano più lunghe, determinando la piegatura del germoglio verso il lato opposto (quello assolato).


Effetti di Luce e Auxina sulle Cellule

Pianta piegata verso la luce