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mercoledì 10 luglio 2019

Cos'è la Popillia japonica ? Quali Danni Provoca e Come si Combatte ?

Popillia japonica è il nome scientifico del Coleottero Giapponese che, da qualche anno a questa parte, si è diffuso nel Nord Italia, arrecando ingenti danni agli agricoltori.

Origine e Diffusione :

La Popillia japonica è un insetto nativo del Giappone, ma presente da secoli anche in Cina e Russia Orientale. Questo patogeno approdò nello stato del New Jersey, intorno al 1915 e da lì si diffuse in tutti gli Stati Uniti orientali. In Europa fece la prima comparsa negli anni '70, ma fu limitata alle remote Isole Azzorre. Purtroppo nell'estate del 2014 fu accertata la presenza di un focolaio all'interno del Parco del Ticino e più Comuni, affacciati sia sulla sponda piemontese, che su quella lombarda del fiume, ebbero i primi danni.
Negli anni successivi il Coleottero si espanse sul territorio, tanto che alcuni esemplari furono segnalati addirittura in Svizzera.
Per chi non fosse della zona ricordo che il Ticino è l'emissario del Lago Maggiore e, nel suo primo tratto, segna il confine tra Piemonte e Lombardia, immettendosi nel Po, poco a Sud di Pavia.
Le zone più interessate (per ora) sono quelle della Valle del Ticino, indicativamente nelle province di Novara e Varese. Tuttavia l'espansione è continua ed ogni anno si stima che la Popillia japonica allarghi il proprio raggio d'azione di almeno 15 Km in ogni direzione; stando a questi numeri arriverà ben presto nel Monferrato e nell'Oltrepo Pavese, zone vinicole che risentiranno pesantemente la presenza di questo insetto patogeno.

Popillia japonica

Come Riconoscere il Coleottero Giapponese ?

La P. japonica è di forma ovoidale, con una lunghezza media di 10 mm e larghezza di 6 mm, il capo è color verde metallico, mentre il dorso è color bronzo. Purtroppo molti Coleotteri hanno colori, forme e dimensioni simili ed è facile confondere la Popillia japonica con altre specie comuni meno voraci (es. Anomala vitis) o decisamente innocue, come Cetonia aurata e Mimela junii.

Per riconoscere con certezza la P. japonica dovrete guardare la parte posteriore e l'addome, qui sono presenti dei ciuffi di peli bianchi, 5 per ogni lato e due all'estremità (12 in totale). Questa caratteristica rende la P. japonica distinguibile rispetto ad ogni altra specie coleottero nostrano. Le larve, invece, son ben più difficili da identificare e bisogna osservare la presenza di una doppia fila di spine disposte a "V", assente nelle altre specie.


Qual è il Ciclo Vitale della Popillia japonica ?

Popillia japonica primo pianoLe femmine di Coleottero Giapponese depongono a più riprese, producendo sino a 60 uova a stagione. Le uova vengono deposte nel terreno, prediligendo quelli umidi e ricchi di malto erboso.
Il periodo di Ovideposizione è contemporaneo a quello in cui gli adulti volano alla ricerca di cibo ed è indicativamente compreso tra Giungo e Settembre. Le Uova si schiudono dopo 10-12 giorni e le larve iniziano a svilupparsi, muovendosi nel terreno in cerca di cibo e scendendo più o meno in profondità a seconda dell'umidità del suolo. La maggior parte delle larve passa l'inverno al terzo stadio larvale, stando ad una profondità media di circa 15-20 cm. In primavera, con l'innalzarsi delle temperature, le larve ritornano attive, risalgono in superficie, si cibano, diventano Pupe e si apprestano alla metamorfosi. Tra metà Maggio e Agosto, a seconda del clima, si ha lo sfarfallamento ed i "nuovi nati" volano alla ricerca di cibo (foglie e frutti) e di accoppiamento.


Quali Danni Provoca ? 

I Coleotteri Giapponesi adulti si cibano di foglie, frutti e fiori e possono agevolmente volare da una pianta all'altra. Giovani piante possono esser totalmente defogliate ed uccise, arrecando un enorme danno economico ai vivaisti. La lamina fogliare viene morsa, fino a che non rimangono solo le nervature principali, rendendo l'aspetto della foglia simile a quello di una ragnatela. La maggior parte delle piante adulte può tollerare una parziale defogliazione, tuttavia vi sarà un danno estetico e, se l'infezione fosse massiccia, si potrebbe compromettere la fruttificazione dell'anno corrente e di quello successivo. La Popillia japonica si nutre anche di frutti in via di maturazione, compromettendo la produzione, soprattutto di quei frutti che maturano in piena estate.
Un altro problema è il loro comportamento gregario, infatti l'arrivo dei primi esemplari ne richiama altri, in una reazione a catena esponenziale che, nei casi più gravi, fa si che vi sia una concentrazione locale elevatissima, con decine di Coleotteri su un'unica foglia. Inoltre anche le sostanze volatili rilasciate dalle foglie in seguito a lesione fungono da richiamo, aumentando ancor di più il danno locale. Può succedere che una pianta sia completamente infestata, mentre un'altra identica a pochi metri rimanga indenne

Le Larve di P. japonica sono anch'esse voraci e si cibano delle radici, soprattutto di piante erbacee. Un improvviso disseccamento di vaste aree di prato potrebbe esser dovuto a questo patogeno e ciò rappresenta un problema per chi volesse un giardino "all'inglese", ma anche per i campi da Golf o di calcio.

Danni Popillia japonica su Foglie di Nocciolo

Danni Popillia japonica su Foglie di Ciliegio

Danni Popillia japonica su Foglie di Vite

Quali Sono i Periodi Più Critici dell'Anno ?

Le Larve sono attive tutto l'anno a parte l'Estate (cioè da Settembre ad inizio Maggio), tuttavia nelle zone in cui gela rimangono inattive durante i mesi più freddi ed, in linea di massima, i danni maggiori ai manti erbosi si riscontrano in Primavera ed Autunno.

Gli Insetti adulti vivono in media 40 giorni, con enormi differenze a seconda della temperatura esterna; infatti se il caldo è eccessivo possono vivere anche solo 10 giorni, mentre con il freddo persino a 90-100 giorni. Le femmine sono leggermente più longeve dei maschi.
La P. japonica provoca danni alle piante arboree da Giugno ad inizio Agosto, ma il picco massimo è di solito ad inizio Luglio (variabile anche tra le annate) e già da fine Luglio si ha un drastico calo delle popolazioni.
Questi Coleotteri sono particolarmente attivi nelle ore calde della giornata ed amano il Sole; infatti se piove o le temperature scendono sotto i 21-22° C la loro motilità diminuisce e non scappano neppure quando li si cattura.


Quali Piante Attacca ?

Purtroppo la Popillia japonica è polifaga e son state descritte almeno 300 specie vegetali da essa colpite. Le Larve amano nutrirsi delle radici delle graminacee, ma non disdegnano neppure quelle di Mais e Soia. Gli Adulti invece mangiano le foglie di specie forestali (Tiglio, Acero Americano, Ontano, Betulla, etc.), di piante da frutto, tra cui Nocciolo, Ciliegio, Susino, Kiwi e soprattutto Vite Europea (Vitis vinifera). Danni si sono verificati anche su specie ortive (Pomodoro, Zucchino, Fagiolo), su piccoli frutti come le More o su piante ornamentali come le Rose.
La Vite Americana (Vitis labrusca) sembra leggermente meno sensibile, mentre il Fico non è solitamente predato. Le Pomacee (es. Melo e Pero) sono un po' più resistenti rispetto alle Drupacee (es. Pesco, Susino). 


Come Combattere la Popillia japonica ?

Trovare un rimedio per sconfiggere questa malattia, o quantomeno per limitarne l'espansione, fu sin da subito uno degli obbiettivi dei vari enti regionali (es. Arpa).
La Regione Piemonte installò (ed installa tuttora) numerose trappole, piazzandole in luoghi adatti. Le trappole, attirano i Coleotteri Giapponesi tramite specifici feromoni ed una rete intrisa di insetticida ne causa l'intorpidimento e la successiva morte. Queste trappole, che troverete ai margini delle strade od in mezzo ai campi, NON DEVONO ESSERE TOCCATE o SPOSTATE, poiché altri odori potrebbero coprire i feromoni. Esse servono a limitare il numero di una popolazione infestante, ma non riescono a debellarla totalmente, anche perché una singola trappola cattura (ed uccide) circa il 75% dei patogeni che si avvicinano, che sono comunque solo una parte dei totali. 
Queste trappole NON SONO ADATTE ad USI PRIVATI, poiché se collocate in un giardino od in un orto attirerebbero tutti i Coleotteri Giapponesi dei paraggi, aumentandone notevolmente la concentrazione locale e quel 25% che sfugge alla trappola sarebbe numericamente maggiore rispetto  agli esemplari totali presenti in un normale sito.
Altre trappole rilasciano il fungo M. anisopliae, parassita della P. japonica. Le trappole sono posizionate alla giusta distanza l'una dall'altra e collocate secondo un criterio logico, in modo da circoscrivere determinate aree e creare delle "zone cuscinetto" con l'intento di rallentare l'avanzata della P. japonica.

Trappola a FeromoniSi possono utilizzare anche i comuni insetticidi, ma i trattamenti devono essere periodici ed il danno alle Api ed agli altri insetti "buoni" potrebbe esser superiore al beneficio. Meglio spruzzare un prodotto ammesso in agricoltura biologica come l'Olio di Neem. 
Negli Orti, date le piccole dimensioni, si possono utilizzare reti anti-insetto, avendo l'accortezza di non lasciare nessuno spiraglio (neppure nella parte bassa); purtroppo questo metodo non è perfetto e limita anche la presenza degli insetti utili.

Una pratica molto semplice è la cattura manuale. La P. japonica non morde, non punge, non è velenosa e la si può toccare tranquillamente a mani nude. Durante le ore più fresche (es. mattina) questi coleotteri sono "rimbambiti" e non opporranno resistenza alla cattura. Basterà ispezionare le piante alla ricerca di questi patogeni, prenderli ed ucciderli, per esempio immergendoli in una soluzione di acqua e zucchero od acqua e sapone.
Certo, vi sembrerà di svuotare il mare con un secchiello, ma la rimozione giornaliera di questi coleotteri potrà ridurre il danno locale, pur non cambiando nulla a livello globale.

Le formiche si cibano delle sue uova, le talpe delle larve e molti uccelli mangiano i coleotteri adulti, ciò nonostante tutti questi predatori naturali non sono sufficienti a controllarne la proliferazione.
Nella Lotta Biologica sono state introdotte le specie Tiphia vernalis e Tiphia popilliavora, che si nutrono delle larve della P. japonica, e la Istocheta aldrichi che invece depone le uova all'interno dell'addome del Coleottero femmina adulto, in molti casi uccidendolo prima che deponga le uova. Purtroppo questi metodi negli USA non hanno dato i risultati sperati.

In conclusione, imparate a riconoscere la Popillia japonica, ispezionate tempestivamente le vostre piante e rimuovete manualmente quanti più Coleotteri possibili, così da inibire la proliferazione durante gli stati precoci.
Nel futuro credo che non si riuscirà ad eradicare questo patogeno, ma si imparerà a conviverci e, instaurando il giusto equilibrio preda-predatore, se ne potrà limitare il danno alle specie vegetali.

Danni Popillia japonica su Foglie di Susino

martedì 30 maggio 2017

Cosa Determina la Resistenza alla Siccità nelle Piante? Come Aumentarla?

Con i cambiamenti climatici in atto, sempre più zone vanno incontro a desertificazione, inoltre l'incremento della popolazione impone uno sfruttamento più intenso del territorio. Ogni chilometro conquistato dal deserto equivale a tonnellate di cibo in meno per la popolazione.

Pare ovvio che non tutte le piante hanno la stessa resistenza alla siccità, alcune possono addirittura vivere ai confini dell'arido deserto del Sahara, dove non piove praticamente mai, altre invece morirebbero anche in una "normale" estate del Sud Italia.

  • Come fanno le piante a sopravvivere con poca acqua? 
  • Quali rimedi si possono utilizzare per ridurre le innaffiature? 
  • A cosa è dovuta la differente capacità di resistere alla siccità ed al caldo torrido? 
  • Quali meccanismi mettono in atto le piante per limitare i danni da stress idrico?

Camelia Sofferente per Mancanza di Acqua


Una domanda che mi sono sempre posto è :

"Una pianta riesce a resistere alla siccità perché ha bisogno poca acqua o perché le sue radici riescono a pescarla laddove altre non arrivano?" 

Sicuramente una pianta adatta a climi secchi tende ad avere un apparato radicale più espanso e, generalmente, più profondo. Anche una stessa specie, se cresciuta in ambienti diversi, tende a fare radici più profonde in terreni aridi.
Tuttavia, in zone in cui non piove mai, l'acqua si troverebbe solo ad una profondità in cui non ci sarebbe abbastanza ossigeno per lo sviluppo radicale.
Inoltre le radici servono anche da ancoraggio e la relazione "disponibilità d'acqua/dimensioni dell'apparato radicale" non è sempre così lineare; anzi le radici più grandi al mondo sono proprio quelle di alcuni Ficus che vivono in zone tropicali, soggette a frequenti piogge (vedi Record delle Piante).

Che aver radici profonde non sia l'unica strategia per resistere alla siccità si può notare anche nella coltivazione in vaso; qui lo sviluppo delle radici è forzatamente limitato, eppure specie diverse possono essere innaffiate con frequenze ben diverse.
In molti casi, comunque, è più importante l'efficacia con cui le radici assorbono l'acqua, più che le dimensioni in sé. 

Il bilancio idrico è però dato dall'acqua assorbita, meno l'acqua persa. In altri termini, in ambienti aridi, è fondamentale limitare al massimo la dispersione di acqua.

Le piante che vivono in ambienti secchi vengono definite specie Xerofili (o Xerofite) ed hanno evoluto una serie di adattamenti morfologici e fisiologici atti a ridurre al minimo lo spreco di acqua.

La principale perdita di acqua nelle piante avviene per traspirazione, tramite gli Stomi, delle microscopiche aperture collocate sulle foglie.


Adattamenti Anatomici :

Le piante Xerofile hanno generalmente internodi (spazio tra una foglia e l'altra) corti, un portamento arbustivo ed una chioma folta. In questo modo le foglie si ombreggeranno meglio l'un l'altra ed, all'interno della chioma, si creerà un microclima meno secco rispetto all'aria circostante.
Alcune piante, per limitare al minimo la perdita d'acqua, hanno perso le foglie (o al più le hanno trasformate in spine), relegando la funzione fotosintetica ai rami.
Anche piante che non adottano questa strategia hanno solitamente foglie più piccole rispetto a quelle di specie che vivono in zone piovose, basti pensare all'Olivo o al Rosmarino, due piante tipiche della Macchia Mediterranea.
Persino nella stessa pianta le foglie più esposte al Sole sono più piccole e disposte in maniera più ravvicinata, rispetto a quelle ombreggiate. Infine le Xerofite tendono ad avere foglie con un maggior rapporto volume/superficie e, talvolta, sono dotate di una leggera peluria che aiuta a trattenere l'umidità atmosferica. 
Minor superficie fogliare equivale a minor evaporazione e, dunque, minor perdita di acqua.

Altre piante Xerofile hanno invece trasformato il proprio fusto ed i propri rami in veri e propri serbatoi, che fungono da riserve idriche. Le piante grasse (o Succulenti), come ad esempio Agave, devono il proprio nome alla presenza di acqua nei tessuti del fusto/rami, la quale conferisce il tipico aspetto carnoso ed "ingrossato".

Il Xerofite hanno, solitamente, una riduzione del numero di stomi ed una cuticola più spessa. Quest'ultima è una sorta di rivestimento idrofobico dell'epidermide ed ha il compito di ridurre l'evaporazione fogliare.
Le foglie di piante con uno spesso strato di cuticola risultano coriacee, robuste e meno flessibili; inoltre, una volta staccate dalla pianta, possono rimanere turgide per più giorni, prima di afflosciarsi.
Basta fare la prova staccando una foglia di Olivo ed una di Ciliegio : dopo un giorno quella di Olivo sembra come le altre foglie attaccate alla pianta, quella di Ciliegio, invece, appassisce già dopo un'ora.

Estivazione su Euphorbia dendroides


Adattamenti Fisiologici :

Alcune piante che vivono in Deserti in prossimità delle coste (ad esempio la Welwitschia mirabilis, nel deserto della Namibia, in Africa) prelevano l'acqua di cui hanno bisogno non dal suolo ma, grazie a particolari foglie, dalla nebbia.

Un altro meccanismo, presente ad esempio nel Fico d'India, è l'adozione del Ciclo CAM durante la Fotosintesi. In questo caso l'apertura degli stomi fogliari, e la conseguente assimilazione di Anidride Carbonica (CO2), avviene solo durante le ore notturne, periodo in cui le minor temperature e la maggior umidità riducono le perdite di acqua per traspirazione.

Un'altra strategia per tollerare la siccità è quella di innalzare la concentrazione dei soluti all'interno della cellula vegetale, modificando di fatto il gradiente osmotico tra interno ed esterno cellula. Dato che l'acqua si sposta secondo gradiente, sarà favorito il suo ingresso in cellula, garantendo così una pressione di turgore sufficiente (l'acqua preme sulle pareti della cellula, come farebbe l'aria in un palloncino), anche in condizioni siccitose.

Altre specie ("effimere"), prevalentemente erbacee, riescono a fuggire alla mancanza di acqua sviluppandosi molto velocemente.
In pratica i semi (resistenti alla siccità) germogliano solo dopo un periodo di piogge e, in poche settimane, sono in grado di svilupparsi, fiorire e produrre nuovamente semi, prima di morire di siccità; il ciclo si ripeterà non appena torneranno le piogge, talvolta anche dopo anni.

Poco più di 300 specie sono anche chiamate Piante Della Resurrezione poiché adattano una strategia molto particolare; tra di esse la più nota è la Falsa Rosa di Gerico (Selaginella lepidophylla), originaria del Deserto di Chihuahua, nel Nord del Messico.
Queste piante, infatti, non cercano di "risparmiare acqua", semplicemente sono in grado di mantenere in vita le proprie cellule anche se fortemente disidratate (umidità inferiore al 7%).
Dopo le piogge, le foglie appassite si reidratano, riprendono turgore e ricominciano a crescere fino alla successiva carenza idrica.

Un altro esempio è l'Estivazione, tipica di alcune specie della Macchia Mediterranea come Euforbia arborea (Euphorbia dendroides).
Qui, contrariamente a quanto siamo abituati a vedere, la perdita delle foglie avviene in estate, proprio in concomitanza della stagione più calda e secca.
In autunno, non appena riprenderanno le piogge, dalle gemme germoglieranno nuove foglie e la pianta si svilupperà nella stagione più fresca ed umida.
Anche altre specie mediterranee, pur non perdendo le foglie in estate, entrano in una sorta di stasi vegetativa da Giugno a Settembre.
Un processo simile avviene anche in zone monsoniche dove diverse specie, ad esempio i Baobab, perdono le foglie nella stagione secca e vegetano solo in quella delle piogge.


Pianta Morta di SiccitàCosa Succede ad una Pianta Disidratata ?

Le cellule vegetali sono composte per circa il 70% di acqua, alcuni organi addirittura il 90%. L'acqua è il liquido in cui sono disciolti i minerali ed i nutrienti e la linfa, che mette in comunicazione le varie parti di una pianta, è una soluzione acquosa.
Inoltre l'acqua è indispensabile per mantenere un'elevata pressione di turgore, la quale impedisce che la cellula si afflosci.

In carenza di acqua le piante innescano dei meccanismi di sopravvivenza. In condizioni di siccità, le radici di molte specie producono l'Acido Abscissico (ABA) che, trasportato a livello fogliare, induce la chiusura degli Stomi.
Questo evento preserva l'acqua altrimenti persa per traspirazione ma, al contempo, non permette l'assimilazione di CO2, inibendo di fatto la fotosintesi.
La prima conseguenza è il blocco della crescita, ma se lo stress continua la pianta inizierà ad eliminare il superfluo. In primis la pianta inizierà a non nutrire più i suoi frutti, causandone l'abscissione, successivamente indurrà la parziale caduta delle foglie (meno foglie = meno perdita di acqua).
Se lo stress idrico si protrae troppo a lungo le foglie iniziano ad afflosciarsi, per poi seccarsi, lo stesso destino tocca poi ai rami, ai fusti e, con la morte delle radici, la morte dell'intera pianta.
Inoltre, anche in condizioni di stress sub-letali, la pianta sarà più soggetta ad infezioni ed attacchi da parte dei patogeni.

Danni Siccità su Foglia


Come Proteggere le Piante dalla Siccità ?

Per tutte le specie, ma in modo particolare per le Piante da Frutto (ed Orticole), è essenziale prevenire condizioni di stress idrico che porterebbero, nei casi migliori, ad una ridotta produzione di frutti.

Oltre alle precipitazioni, l'aridità del suolo dipende dal tipo di terreno; ad esempio è noto che l'argilla trattiene meglio l'acqua rispetto alla sabbia e quindi, a parità di pioggia, la siccità sarà più acuta in un terreno sabbioso.
Per gli Ortaggi è importante acclimatarli; nei primi stadi di sviluppo, infatti, tenderanno ad emettere radici più profonde se verranno innaffiati poco, viceversa concentreranno la propria energia nella crescita della parte aerea, rendendo loro più suscettibili a futuri stress idrici.

Coprire il suolo con materiale come foglie, fieno etc. (tecnica della Pacciamatura) può essere utile a mantenere la condensa notturna (rugiada) ed ad evitare l'evaporazione diurna del terreno.
Anche la potatura a verde, riducendo il volume di foglie, può aiutare a diminuire la perdita di acqua. Non a caso, quando si trapiantano grossi alberi, si riduce anche la chioma, poiché la % di radici sopravvissute non riuscirebbe a bilanciare l'acqua persa per traspirazione.


Ovviamente molte piante, in ambienti torridi e siccitosi, gradirebbero un'esposizione a mezz'ombra, almeno nelle ore centrali della giornata.

Anche a livello di concimazione si può fare qualcosa: si sa che l'Azoto (N) è indispensabile per le piante (è contenuto nelle proteine, nel DNA, nella clorofilla etc) ed è il responsabile della crescita e della produzione di "massa verde", il Potassio (K) è invece responsabile del mantenimento della pressione osmotica, così come della regolazione della traspirazione.
Dato che un eccesso di foglie ed una mal regolazione della traspirazione indurrebbero maggiori danni da stress idrico, potrebbe essere importante usare concimi con un minor rapporto N/K.

Miglioramenti genetici per produrre piante più resistenti alla siccità sono in atto in tutto il mondo. L'obbiettivo è proprio quello di sviluppare degli OGM in grado di meglio tollerare le carenze idriche, così da poter aumentare la superficie coltivabile, contrastando l'avanzare dei deserti.
Gli Stomi (vedi sopra) sono composti anche da Cellule Guarda che, muovendosi, regolano l'apertura di queste fessure fogliari.
Questi fori, essenziali per gli scambi gassosi tra ambiente e piante,  lasciano però passare anche l'acqua.
Dato che si conoscono alcuni dei geni coinvolti nella regolazione dell'apertura/chiusura degli stomi, alcuni ricercatori li stanno modificando per trovare un giusto equilibrio tra perdita di acqua per evaporazione ed efficacia della Fotosintesi, spostando l'asticella verso il "risparmio d'acqua".

Foglie afflosciate per pica acqua

Erica con foglie secche

venerdì 11 dicembre 2015

Come Proteggere le Piante dal Freddo e dal Gelo? Come Usare il TNT?

Ogni pianta ha una propria resistenza al freddo, alcune possono superare, senza protezioni, anche il più rigido degli inverni alpini, altre, invece, hanno bisogno di essere protette dal freddo anche in Sicilia.

Come possiamo proteggere le piante sensibili al gelo? E' utile il Tessuto Non Tessuto (TNT)? Come si deve usare il tessuto non tessuto? Quando si devono coprire le piante?

Protezione con tessuto non tessuto


C'è una sottile linea tra la vita e la morte di una pianta, tra una zona dove è possibile coltivarla e dove no e piccoli accorgimenti possono fare la differenza tra il successo e l'insuccesso.
La passione spinge le persone a cercare nuove sfide, così capita spesso che un appassionato di giardinaggio si spinga fino al limite cercando piante che, in natura, prosperano in una zona USDA più alta (più calda).
Il periodo più rischioso è quello che va da Novembre a Febbraio e coincide con quello in cui si dovrebbe creare la struttura di protezione contro il freddo. E' importante non anticipare i tempi, questo perché una struttura che mantenga troppo caldo l'ambiente in cui è posta la pianta, inibisce l'acclimatazione della stessa.
In altre parola è "un inganno", se col Sole di Ottobre la pianta si trova una temperatura di 30° C (86° F) penserà che sia ancora Estate e continuerà a vegetare, impedendo l'avvio di tutti quei processi che la "preparano" all'inverno e, dunque, esponendola ai successivi freddi.


Cosa Bisogna Fare per Far Superare l'Inverno alle Piante ?

Per prima cosa ci si deve spingere fino al ragionevole, cioè sino ad una pianta che "potrebbe farcela", non una che "sicuramente morirà di freddo". Se qualcuno volesse coltivare una Papaya, all'aperto e senza serre professionali, in mezzo alla Pianura Padana, sicuramente fallirà nell'impresa.

Un volta scelta la candidata è fondamentale piantarla nella zona più riparata (ad es. vicino ad un muro esposto a Sud), anche un piccolo giardino ha, al suo interno, molteplici microclimi.
Inoltre conviene prendere una pianta già abbastanza grande che, di norma, ha una maggior resistenza al freddo rispetto ad una piccola.

Evitare le concimazioni (soprattutto Azotate) dopo Luglio e non potare nel periodo autunnale, entrambe le cose, infatti, inducono la crescita, ritardano l'entrata in riposo vegetativo e, di conseguenza, rendono la pianta più soggetta ai danni da freddo.

Se le piante sono in vaso si possono mettere sotto un porticato o una tettoia; queste hanno un duplice vantaggio:

  • Proteggono le piante dalla pioggia e dalla neve (spesso l'umidità rende le piante più suscettibili al gelo)
  • Di notte trattengono il calore che, per irraggiamento, si disperderebbe nel cielo, creando un ambiente più mite, con temperature minime superiori anche di qualche grado.

Sia per piante in terra che, a maggior ragione, per piante in vaso, sarà fondamentale eseguire una buona pacciamatura. Avere le radici "al caldo" è di cruciale importanza per la sopravvivenza al gelo.

La protezione con tessuto non tessuto (tnt) deve essere usata oculatamente, un mal utilizzo potrebbe creare più danni che benefici. Il tnt è un tessuto sintetico che, consentendo il passaggio di aria, lascia "traspirare" la pianta, inoltre permette il passaggio dei raggi solari.

E' importante non avvolgere direttamente le piante, specie se sempreverdi, con TNT; il tessuto non tessuto, infatti, trattiene l'umidità e, se fosse a diretto contatto con le foglie, le terrebbe molto più umide rispetto a foglie a contatto con l'aria. Questo, unito ai maggiori sbalzi termici, brucerebbe le foglie e debiliterebbe le nostre piante più di quanto succederebbe con piante non protette.
L'effetto sarebbe ancora peggio se, al posto di tessuto non tessuto, utilizzassimo altri materiali. 
La plastica o materiali che impediscano il circolo di aria sono da evitare.


Ma allora Come si Deve Usare il Tessuto Non Tessuto?

Scheletro per copertura pianteBisogna creare uno scheletro, ad esempio utilizzando canne di bambù o sostegni di ferro, attorno alla pianta da proteggere. Questo "scheletro" deve essere sufficientemente lontano dalle foglie e deve delimitare uno spazio non troppo angusto. 
Attorno ad esso si "arrotolano" un paio di strati di TNT, fissandoli con delle mollette ai paletti di sostegno; è importante che la copertura parti dal basso della pianta e non sia aperta alla sommità. Il calore viene infatti ceduto dal terreno verso l'alto e, se potesse disperdersi lateralmente o uscire dall'alto, non apporterebbe quel minimo vantaggio che questa protezione offre. Si deve evitare che le foglie siano a contatto diretto con il tessuto non tessuto.


Che Vantaggi si Ottengono con una Copertura con Tessuto Non Tessuto ?

Una struttura fatta col TNT ha il vantaggio di creare un ambiente più riparato, di proteggere dal vento e dal contatto con la brina (che rimane all'esterno della struttura).
Tuttavia, contrariamente a quel che si creda, la temperatura interna è notevolmente più alta solo di giorno col sole che ci batte contro generando un effetto serra.
Le differenze delle temperature minime tra interno ed esterno sono spesso irrisorie, questo perché, di notte, il raffreddamento è rapido e, anche se la dispersione di calore attraverso il TNT è attenuata, la temperatura interna va in equilibrio con quella esterna.
In altre parole ci vorrà semplicemente più tempo per raggiungere le stesse (o quasi) temperature, questo è comunque un vantaggio perché riduce le ore di esposizione alla temperatura minima.

Il TNT accumula calore e lo trattiene più a lungo, ma per accumulare calore ci deve essere una fonte, di giorno è il sole, di notte l'unica fonte di calore arriva dalla terra, ma è poca roba.

Per capire questo concetto pensate ad un giaccone, quando lo mettete in una fredda nottata invernale, avvertite un senso di calore. Questo perché noi, contrariamente alle piante, emaniamo calore, che "rimane intrappolato" nel giaccone, invece che disperdersi nell'ambiente. Se sotto il giaccone non ci fosse un "termosifone naturale", durante una nottata la temperatura dentro e fuori dal giaccone sarebbe più o meno la stessa.
Un altro esempio potrebbe essere la macchina: provate a lasciare una bottiglia d'acqua all'interno durante una notte a 0° C (32°F), vedrete che, la mattina seguente, sarà ghiacciata, cosa che invece non succederebbe con una giornata di sole, anche se la temperatura esterna fosse la stessa.


Come Posso Aumentare le Temperature Minime all'Interno della Struttura Costruita col Tessuto Non tessuto?

Dato che le piante non emanano calore, se vogliamo temperature notturne più miti, dovremo fornire calore alla struttura. Un modo semplice e non troppo dispendioso è quello di collocare delle lampadine (tipo quelle di natale) alla base della pianta. Nelle notte più gelide sarà sufficiente tenerle accese, il calore emanato per tutta la notte da queste lampade di natale sarà trattenuto dal tessuto non tessuto e l'ambiente interno si manterrà diversi gradi più caldo rispetto all'esterno.
Un altro metodo più economico, ma anche più rischioso, è quello di collocare alla base della pianta (non troppo vicino al tronco), 4-5 bottiglie da 2 litri riempite con acqua molto calda. Alla mattina le troverete ghiacciate ma, per diventare tali, avranno ceduto molto calore, mantenendo l'interno "meno gelido" dell'esterno.
Ovviamente l'operazione è da ripetersi ogni sera e, più la struttura è grande, e più litri di acqua bollente saranno necessari.

Un corretto utilizzo degli strumenti sopraelencati può essere per proteggere piccole piante e permettere loro di diventare grandi, sorpassando i primi (e i più) delicati inverni. Tuttavia non garantiscono miracoli e, se si vuole coltivare una pianta climaticamente troppo lontana dalle nostre zone, sarà indispensabile adottare un rimedio alternativo, come ad esempio una serra calda, ma di questo parleremo altrove.

Copertura tnt

Pacciamatura

















giovedì 16 luglio 2015

Cosa Provoca il Corineo (Coryneum beijerinckii sin. Stigmina carpophila) ?

Il Corineo è una malattia fungina provocata dalla specie Coryneum beijerinckii, detto anche Stigmina carpophila o ancora Clasterosporium carpophilum.

Corineo foglia albicocco




Quali Piante Colpisce?

Il Corineo colpisce le piante da frutto ed in particolar modo le Drupacee (Albicocco, Pesco, Ciliegio, Susino).


Quali Danni Provoca e a Quali Organi?

I danni possono esser più o meno ingenti a seconda della specie, della varietà e dell'andamento stagionale. Gli organi maggiormente colpiti sono nell'ordine foglie, frutti e rametti, anche se talvolta può infettare gemme, germogli, branche e, in casi estremi, persino il tronco.

Un leggero attacco riduce l'attività fotosintetica svolta dalle foglie, ma non compromette più di tanto la sopravvivenza della pianta e, generalmente, è meno grave rispetto alla Bolla del Pesco. Tuttavia i frutti colpiti, seppure mangiabili, subiscono un deprezzamento a causa del loro aspetto. 

Corineo su pesca




Come si Riconosce se una Pianta è Colpita da Corineo?

Le foglie attaccate dal Coryneum beijerinckii presentano delle macchie circolari concentriche di colori che variano dal giallo al rossastro, successivamente avviene un disseccamento per necrosi che lascia le foglie con tanti "buchini", infatti il Corineo è noto anche come "impallinatura" dato che le foglie sembrano come colpite da un fucile a pallini. I frutti invece evidenziano delle piccole macchie (circa 2 mm) di colore scuro o degli aloni con diverse sfumature di grigio. Sui rami può causare delle fessurazioni da cui spesso fuoriesce un essudato gommoso.

Corineo Ciliegio
Coryneum beijerinckii cherry
Ciclo Biologico del Corineo e Condizioni di Crescita.

Il fungo supera l'inverno all'interno delle gemme che ha infettato e, in primavera, le sue spore vengono trasportate su altre gemme dalla pioggia, diffondendo così il patogeno. 
Le spore del Coryneum beijerinckii (sin. Stigmina carpophila) sono particolarmente resistenti e possono sopravvivere per mesi esposte ai raggi solari (con una radiazione di ultravioletti che ucciderebbe molte altre specie di spore) e a temperature molto elevate. 
Le condizioni ideali per il suo sviluppo sono temperature non troppo calde, elevata umidità atmosferica e frequenti piogge. Questo fungo è particolarmente attivo anche a basse temperature, già a 3° C (38° F), se le condizioni di umidità lo permettono, è in grado di infettare i tessuti delle piante. Quindi l'infezione può esser in atto già da fine inverno, periodo in cui le piante sono ancora in riposo vegetativo, per contro in estate, con temperature alte, si ha una stasi della crescita.

Stigmina carpophila cherry



Come Prevenire e Curare il Corineo?

  • Evitare di collocare la pianta in zone umide e troppo ombrose
  • Evitare potature drastiche che lascino grosse ferite aperte
  • Effettuare potature leggere, ma frequenti, togliendo i rami interni e quelli che si intrecciano, affinché la chioma risulti ben arieggiata ed esposta alla luce solare
  • In autunno raccogliere e bruciare le foglie cadute
  • Non annaffiare "a pioggia", se proprio dovete bagnare, fatelo annaffiando solo la terra sottostante
  • Diminuire la concentrazione di azoto nelle concimazioni
  • Trattare con Dodina o prodotti a base di Rame
  • Fare almeno due trattamenti: a "caduta foglie" e a "gemme gonfie"
  • In condizioni sfavorevoli (piogge frequenti, elevata umidità, temperature fresche) aggiungere un trattamento anche a metà primavera